Rock Impressions
 

gli Osanna alla FIM

INTERVISTA AGLI OSANNA
risponde Lino Vairetti
Di Giancarlo Bolther

Per cominciare Lino volevo farvi i complimenti per il dvd Tempo, perché l’ho trovato molto stimolante, l’ho guardato tutto d’un fiato, del primo mi è piaciuta molto l’energia che avete espresso sul palco, che è stata catturata molto bene dal regista, il secondo perché è un pezzo di storia, ci sono filmati di repertorio che aiutano a capire dei momenti del nostro passato…
Devo dire che venti clip non sono poi questo gran patrimonio, se uno guarda dei filmati live dei gruppi americani vede una gran quantità di cose che noi non abbiamo, comunque anche i nostri sono rappresentativi di un periodo e danno un sunto del vissuto di quel periodo, di quell’umore che si respirava.
Giancarlo Bolther intervista Lino Vairetti (Osanna)

Rosso Rock è stato un po’ l’album del vostro ritorno, tanti gruppi storici stanno ritornando in questi anni, ma cosa ha spinto gli Osanna a tornare?
Io direi che l’album del nostro ritorno è Prog Family, però per la verità non è che noi siamo “tornati”, noi più che altro ci eravamo un attimo “fermati”. Nel ’78, dopo Suddance, vincemmo il premio della critica discografica e il premio come miglior gruppo dell’anno dall’Annuario Discografico, ma avemmo un problema. Nel ’79 organizzammo una tournée con Giangilberto Monti nel periodo in cui fu rapito Moro e poi ucciso, per cui in pratica spendemmo con gli impresari dei soldi senza poter fare concerti, su venti date ne facemmo sono qualcuna, perché le prefetture non davano i permessi per motivi di ordine sociale, per cui ci trovammo in una situazione di grande sofferenza. Avendo trovato tutta una serie di problematiche, soprattutto economiche, Danilo ebbe l’idea di trasferirsi a Boston perché voleva recuperare delle idee per portarci in America. In realtà noi in America non ci siamo mai andati, il gruppo è rimasto fermo, mentre lui si è trattenuto là per diciotto anni. Io e Danilo intanto comunicavamo attraverso lettere, prima, poi telefono, ci siamo scambiati musica, però in realtà il gruppo è rimasto fermo per quasi vent’anni. Quando lui poi è ritornato a Napoli, spinti dalla voglia di riprendere il discorso interrotto abbiamo ripreso e da lì è rinata la cosa, ma trovammo delle difficoltà esagerate, girammo tutte le case discografiche, comprese la Fonit, la Warner, nessuno ne voleva sapere. Io in quel periodo avevo venduto il mio appartamento e mi ritrovavo un po’ di soldi, perciò decisi di investire quei soldi: ho fondato un’etichetta discografica, non ti dico i soldi che ho perso e che non avrò mai più indietro… Però da lì è nato tutto un percorso, che purtroppo è stato pieno di insidie, perché ho dovuto cambiare diversi musicisti. Danilo intanto si era fatto male, ha avuto un ictus, alcuni non credevano più nel progetto e volevano vedere subito dei soldi, mentre in realtà c’era da investire e non da guadagnare. Insomma alla fine in qualche modo è partito questo nuovo progetto così mi trovo ad aver fatto questo nuovo percorso e quello che ti ho raccontato prima.

Quindi il vostro ritorno è stato accolto bene alla fine?
Da qualcuno anche con diffidenza, a dire il vero, non è che ho avuto il terreno fertile, all’inizio c’è stata molta gente che ha arricciato il naso, però è anche vero che io non ero ancora pronto, non avevo ancora una proposta culturale giusta. Ogni volta che salivo su un palco e affrontavo un pubblico, mi rendevo conto di quali errori bisognava evitare, come bisognava cambiare tatto, dove dovevo aggiustare, quali erano gli elementi musicali che, nonostante tutta la loro bravura, non facevano ben parte di questo concetto di rock progressivo… Insomma ci ho messo un po’ di tempo, poi animato da una grande volontà, ci ho messo davvero tutta la volontà e la passione di questo mondo, a un certo punto ho trovato nel mio batterista Gennaro Barba un grande fratello, uno che mi è stato veramente vicino e mi ha detto “dobbiamo farlo a tutti i costi, tu c’hai le capacità”, così abbiamo trovato i giusti tasselli del mosaico che si è ormai chiuso e oggi ho una formazione in cui credo veramente.

Sono tutti davvero bravissimi e suonano molto bene, ma com’è stato possibile coinvolgere dei giovani in un genere musicale che tutto sommato è un po’ datato?
Grazie a mio figlio Irvin, il chitarrista che stava con me e altri erano persone che stavano nel suo entourage, perché lui ha un suo gruppo che si chiama Ansiria; come Afrakà ho prodotto un disco suo, e mio figlio mi aiutava, perché nei vari spostamenti fatti in questi dieci anni c’era un tastierista che veniva sempre meno, per cui lui aveva un sequencer che usava per le tastiere, per cui quando mancava il tastierista c’era lui che sopperiva, così gli ho chiesto perché non mi faceva le doppie voci e un po’ alla volta si è reso talmente indispensabile e poi nel frattempo è diventato bravo come io volevo, perché lui nel suo disco canta in un modo, mentre con me canta come io voglio e mi piace di più come canta con me. Mi sono reso conto di quanto fosse carino avere un figlio sul palco quando siamo andati in Giappone, per loro vedere padre e figlio insieme era una cosa veramente particolare.

In effetti non ci sono molti casi, ricordo di aver visto i Big Country con padre e figlio sullo stesso palco ed è stato molto bello vederli suonare insieme…
C’è Ivano Fossati che ha il figlio che suona la batteria con lui, si è bello.

Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è stata la scelta degli ospiti, come musicisti voi non avevate bisogno di ospiti, perché siete tutti molto bravi, però può fare la differenza vedere degli ospiti non presi a caso, erano tutte scelte particolari, penso ad esempio a Tito Schipa Jr o a Sophya Baccini, che ha cantato “A Zingara” in modo strabiliante, da pelle d’oca, come avete pensato gli ospiti?
Ti ringrazio per i complimenti a Sophya, l’ha cantata meglio di tutte le altre volte e gliel’ho detto pure io, lei non ne aveva un’idea, ma le ho detto “fidati, hai fatto un’interpretazione magistrale!”, un’intonazione perfetta. Io sono anche organizzatore di eventi, mi piace l’idea di creare movimento, di fare spettacolo, ho fatto anche l’insegnante per trentun anni, per cui per me è molto importante anche l’aggregazione…

Mi è piaciuta tanto anche l’entrata…
Ah quella del Pazzariello. Pensa che l’entrata non la sapevano neppure i ragazzi del gruppo, di solito non ho questo costume, che ho noleggiato apposta, e alla banda, di cui il sassofonista è un amico di tutti e che a volte sostituisce Jackson quando non può venire, ho detto “prepariamo questa cosa, ma nessuno lo deve sapere!”, improvvisamene siamo entrati da dietro nello stupore generale, David Jackson era veramente stupito. È giusto dirlo, quella banda fa capo a Pino Ceccarelli, un sassofonista napoletano molto bravo, che per fare omaggio al padre, anche lui sassofonista di una banda, ha inventato questa cosa che si chiama Concerto Musicale Speranza, raccoglie dei giovani che stanno in gruppo con lui e ha fatto anche dei dischi.

Per ovvi motivi la collaborazione che si nota di più è quella con David Jackson, un artista internazionale che ha fatto parte di uno dei maggiori gruppi prog della storia, i Van Der Graaf Generator, ho visto che sul palco era perfettamente a suo agio e si è divertito molto insieme a voi. Com’è nata la vostra collaborazione?

È vero, lui si diverte molto con noi. Mi venne l’idea di coinvolgerlo, perché avevo bisogno dell’assolo del sax nel gruppo. Tramite il mio manager Sergio Fornasari della Blu Sky di Cesena, che allora aveva anche i Van Der Graaf Generator, feci la proposta a David, che si ricordava degli Osanna, perché avevamo suonato insieme in alcuni festival. Jackson mi chiese di mandargli tutti i nostri dischi, li ascoltò tutti e decise di accettare. È venuto a fare il disco e poi ha deciso di rimanere con noi. A me dispiace che non ho spesso lavoro da offrirgli, perché lui starebbe sempre con noi, purtroppo non è possibile, ma lui si sente molto napoletano. Io conosco pochissimo di inglese e lui niente di italiano, ma insieme ci divertiamo, parliamo a gesti, ma ci capiamo lo stesso, lui è di un’umiltà incredibile, ha capito che io sono il frontman e me lo fa fare senza problemi.

Io l’ho conosciuto a Mantova, aveva suonato con la band di Alex Carpani, e mi aveva colpito molto l’energia, la passione, la grinta nel suonare con questi musicisti più giovani…
Si David è dolcissimo e ci mette sempre l’anima.

Giancarlo Bolther con Lino Vairetti

Prima, durante la presentazione del dvd, hai detto che il disco Taka Boom non ti ha soddisfatto…

Pensa che proprio il brano Taka Boom, che oggi ho ripreso, non volevo farlo più, perché non mi piaceva il suono, non mi piaceva l’esecuzione. C’era qualcosa che non mi convinceva di quel disco, non è che lo rinnego, perché comunque fa parte della mia storia, però diciamo che è una delle cose che ho fatto in cui credo di meno. Però è comunque stato importante, perché è la produzione che ha dato l’avvio a tutto questo nuovo percorso, senza quel disco forse non sarei oggi qua.

Ma negli anni in cui come Osanna non avete prodotto niente, cos’hai fatto a livello musicale?
Negli anni ottanta ho fatto un gruppo che si chiamava Ciak, che fece anche un ellepì che si intitolava In Questa Notte d’Europa, però a Napoli avevano fatto questa nuova casa discografica che non sapevamo che era fatta da camorristi e così accadde che sequestrarono tutto e rimasero tutti i dischi là, per cui il disco non è mai uscito, io ne ho una copia e probabilmente alcuni di quei brani li recupero oggi in un progetto insieme ad Alan Sorrenti. Poi ero direttore artistico del Consorzio Regionale di Teatro e Folclore, che si chiamava CoRTeF. Feci un gruppo che si chiamava Le Quarantelle, con musicisti che fecero parte dei Ciak, e facemmo il giro del mondo con questo spettacolo legato al folklore, con tutti strumenti acustici, però con un’idea rock, l’impatto era rockettaro con strumenti acustici e per dieci anni con questo spettacolo abbiamo fatto il giro del mondo, mi sono divertito.

Ci sono registrazioni di questa esperienza?
Solo amatoriali, non abbiamo fatto nessun disco. Ad esempio abbiamo fatto un tour europeo, finanziato grazie ad una legge post terremoto, avevamo sedici ballerini e io mi inventai una pulcinellata con una gamma di sedici colori tutti diversi. Avevamo Diana Ferrara che era l’etoile dell’Opera di Roma, mentre il primo ballerino era rumeno, Radu Ciuca, anche lui di spessore internazionale. Avevamo una band straordinaria. Il tour è partito dal Teatro Sistina di Roma, poi abbiamo fatto l’Opéra di Parigi e tutti i più grandi teatri d’Europa, fino a ritornare dopo circa un mese a Napoli. Quindi mi sono molto dedicato a questa cosa. Poi ho collaborato con la Publispei di Roma come organizzatore e portando anche idee creative nello staff di Baudo per il Festival di San Remo. Ho fatto una trasmissione che si chiamava Gran Premio con diversi talenti, io ero il responsabile della squadra campana. Ho lavorato a filmati per la televisione, ho fatto una sigla con Branduardi. Ho fatto collaborazioni varie, insomma diverse cose. Oltre a questo faccio arte contemporanea come scultore e grafico. Non utilizzo colori a olio, ma lavoro con tele utilizzando solo acrilici. Molte mie produzioni le ho a casa nel mio studio a Napoli, si possono vedere delle cose su internet.

Un personaggio che ho sempre apprezzato molto, nonostante ultimamente faccia cose molto legate alla tradizione e poco al rock, ma che ha sostenuto spesso il rock è Renzo Arbore, col qualche avete una lunga amicizia. Cosa ci puoi raccontare di lui?
Io l’ho frequentato molto all’inizio, poi ci siamo persi di vista, ma ogni tanto ci incontriamo e lui è sempre molto carino. Ha spinto di tutto, è amante della canzone napoletana, è amico di Murolo, è amante del jazz, ama tutta la musica. Lui ci ha dato il via per il nostro successo, perché ci ha scovati in un festival a Lucrino. Eravamo ancora sconosciuti, ma avevamo già tutta l’identità per poter arrivare. Arbore venne per caso a presentare questo festival, poi ci portò da Peppino Tuccimei a Roma. Tuccimei ci portò ad esibirci nel ’71 al Titan, un locale di Roma, grazie a questo ci porto poi il 7 maggio a Caracalla, sempre nel ’71, e lì per gli Osanna è partito il successo. Grazie ad Arbore abbiamo fatto queste tappe, poi alla fine ci ha firmato la prefazione per il disco nuovo.

La musica napoletana e il rock si sposano bene, forse anche perché la parlata si integra bene col rock. Da napoletano come vivi questa cosa?
Guarda, francamente a Napoli il rock non è molto amato, tranne nel periodo storico in cui arrivavano tutti i gruppi, per il resto nella parte creativa il rock non è molto considerato. Il recupero su certe sonorità vocali è stato fatto autonomamente, non perché esistevano già altri stilemi, ma perché abbiamo voluto noi da soli sperimentarlo. Credimi, la difficoltà di vivere a Napoli è che non trovi nessuno che ti accoglie, c’è una creatività esagerata, però sei tu da solo con il mondo o fai un tuo percorso o... Io sono stato fortunato un po’ perché per il mio carattere ho sempre voluto sperimentare, andare oltre, un po’ perché ho fatto parte degli anni ’70, che mi hanno aiutato ad avere ancora oggi una credibilità, mentre molti che fanno rock a Napoli muoiono a Napoli facendo rock nelle cantine e basta.

Oggi fra i reduci degli anni ’70 si vede tanta amicizia, tante collaborazioni, ma questo spirito c’era anche in quegli anni o c’era più rivalità?
No, anzi lo volevo dire prima, un poco di rivalità c’è sempre, magari c’è il tipo un po’ più spocchioso, quello che se la tira di più, ma noi credevamo tutti nei figli dei fiori, nei valori come la pace, l’amore, la libertà, essere contro la guerra, insomma c’era lo spirito di vivere insieme le dimensioni, c’era partecipazione. L’altro ieri sono stato sul palco insieme ad Alan Sorrenti, Vittorio Nocenzi del Banco, Vittorio De Scalzi dei New Trolls, abbiamo fatto una session a Napoli, si rivive quel piacere. Poi è chiaro, oggi ognuno vive con una sua dinamica, Vittorio Nocenzi è uno che è preso abbastanza da sé, però quando lo trovi a parlare intorno ad un tavolo è una persona straordinaria. Io credo che, a parte qualche elemento di cui non faccio il nome ma so benissimo chi è, perché nel panorama italiano ci sono delle persone che sono orribili ma è un problema loro, caratteriale, a parte loro c’è questo spirito di solidarietà ed è molto forte.

Siamo verso la fine dell’intervista; volevo chiederti quali sono i tuoi riferimenti culturali, cosa ti piace ascoltare di ieri e di oggi?
Io sono un fan sfegatato di Frank Zappa. Frank per me è quello che ha messo insieme rock e sinfonica, rock e classica, rock e jazz, le contaminazioni di Zappa sono secondo me la parte più bella, lo ascolto ancora spesso, adoro Hot Rats in particolare, però sto ascoltando molto anche Rossini, la famosa Tarantella, perché sto scrivendo un brano con gli archi, poi ascolto i Radiohead che mi piacciono moltissimo, mi piacciono anche i Coldplay, anche cose lontane dalle mie, ma mi piacciono, sono uno che ascolta, ascolto anche Laura Pausini, ascolto le cose che mi emozionano, quelle che non mi emozionano non le ascolto, punto.

Cosa dobbiamo aspettarci dall’album che state preparando?
Non voglio sperimentare più come facevo una volta, oggi la sperimentazione si è un po’ chiusa, perché si va a finire su dinamiche tecnologiche che non mi interessano, credo che oggi per me la sperimentazione sia un ritorno al classico, voglio lavorare sulla melodia, sull’orchestrazione, sui testi, sul bel canto. Voglio recuperare sempre di più la melodia napoletana e presentare dei testi di anonimi, che sto riscrivendo con una tarantella su modello di quella di Rossini.

C’è un saluto finale che vuoi lasciare ai tuoi e nostri lettori?
Che il rock sia con voi!

Recensioni: Tempo

Live Report: 2014 1;

Sito Web

Giancarlo Bolther con Gianni Leone (Balletto di Bronzo)

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