Ogni disco ha una storia alle spalle, a volte breve, più spesso
lunga, una gestazione di anni. Ci sono dischi che ruotano attorno
ad una storia, i “concept”, e ce ne sono altri che sono
una raccolta di storie. Quando si affronta un disco sarebbe sempre
bello poter conoscere queste storie, perché aiutano l’ascoltatore
ad immergersi nel lavoro, a cogliere le sfumature più intime,
i dettagli. Con le logiche di oggi questo sta diventando impossibile.
Di certo ascoltare musica con le piattaforme, con gli algoritmi, con
i video a rotazione libera permette di accedere ad una quantità
di proposte praticamente infinita, ma toglie il gusto di “entrare”
in un album, di gustarne i dettali, la storia. I TFH sono una band
che va controcorrente e costruisce i suoi dischi col desiderio di
condividere storie.
Questo album è stato finanziato col crowdfunding e raccoglie
una serie di brani che non sembrano molto omogenei, cantati in italiano
e in inglese, per i quali si sente un po’ di influsso linguistico.
Se da un lato l’inglese consente testi più “musicali”,
dall’altro può rappresentare un limite quando non è
fluente. È lo stesso quando un inglese vuole cantare una canzone
in italiano, celebri alcune “figuracce”, ma in fondo si
tratta di un “peccato” molto diffuso. Ascoltando questo
lavoro si sente che le storie che lo costituiscono sono tante e importanti,
vita vissuta che diventa musica.
Quello che mi colpisce di questo disco è la discontinuità,
la band ci ha abituato a spaziare tra generi musicali diversi, qui
sembra farlo con maggiore disinvoltura, passando da uno stile cantautorale
ad un rock psichedelico raffinato, fino a raggiungere un certo prog
evoluto. Si tratta di un disco elegante, registrato con cura maniacale
e suonato indubbiamente bene, ma la mia impressione è che manchi
grinta, un lavoro che sembra rispondere più al bisogno di raccontarsi
di questi artisti che alla voglia di coinvolgere l’ascoltatore.
GB
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Rock Project
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