RETROSPETTIVA PALLAS
di Massimo Salari
Sicuramente il nome di questa band ispirerà ai più
una buona, ricca e sana risata, ma vi assicuro che il risultato musicale
è inversamente proporzionale ad essa. Invece chi li conosce
sa benissimo che i Pallas sono un gruppo fondamentale per la rinascita
del Progressive mondiale, ossia per il New Prog anni ’80. In
ottima compagnia assieme a gruppi come i più fortunati Marillion,
Pendragon ed Iq, hanno dato il via alla rimonta di un genere che con
l’avvento del Punk verso la fine degli anni ’70, sembrava
aver detto veramente tutto.
Neanche a dirlo, la provenienza del quintetto è inglese, la
patria del Rock più azzardato e sperimentale, ma più
precisamente provengono dalla verde Scozia, Aberdeen, e questo caratterizzerà
inevitabilmente il sound del gruppo.
Molta critica di allora e diciamo pure alcuna di oggi, tende a relegare
tutto il genere come un mero scopiazzamento di quanto è stato
già fatto dai “dinosauri” come Genesis, Gentle
Giant, Yes e compagnia bella, ma questa critica è da considerare
assolutamente superficiale e distratta.
I musicisti come Beethoven, i Beatles, i Pink Floyd o i Led Zeppelin
non nascono tutti i giorni e se andiamo accuratamente ad indagare
anche loro hanno avuto le loro belle e logiche contaminazioni ed influenze.
Se andassimo velocemente a ritroso nel tempo come in un imbuto, ci
troveremmo davanti a “Bongo” e a quando batté ritmicamente
un corpo contundente su di un tronco di legno cavo, fu lui il primo
genio musicale.
Con questo ovviamente voglio rimarcare che i generi ed i sottogeneri
necessariamente esistono, come il Metal, il Pop, la Classica etc.
etc. e dunque non dobbiamo stupirci se qualcuno può somigliare
ad un altro. C’è invece di che arrabbiarsi quando diventa
un plagio scarno privo di qualsiasi inventiva e di un minimo di personalità
e questo purtroppo accade anche troppo spesso. Questo preambolo per
dire che i Pallas è vero che si ispirano alla sinfonia dei
Genesis, alla loro teatralità, ma il tutto con una matura personalità,
tale da renderli unici.
A differenza dei gruppi del periodo si addentrano in sonorità
più Heavy grazie alle chitarre di Niall Mathewson, il tutto
con una grande abbondanza di tastiere, veramente una cascata, suonate
egregiamente da Ronnie Brown. Completano la formazione Derek Forman
(batteria), Euan Lowson (voce) e Graeme Murray (Basso).
Le loro origini Celtiche fanno si che le composizioni risentano di
quelle ambientazioni lievemente malinconiche, quasi tristi, donando
ai lavori quel tocco di Dark da renderli unici e distinguibili nel
panorama Rock, ma anche ricche di grandi partiture epiche.
Nascono alla fine degli anni ’70 con il nome Rainbow, ma come
gia molti di voi sapranno, un “certo” Ritchie Blackmore,
nello stesso periodo, si era impossessato di questo mitico logo.
Anche loro come i Marillion e gli Iq cercano in tutti i modi di attirare
l’attenzione dell’orfano ragazzo ascoltatore di progressive,
affamato di sapere che è arrivato il giorno in cui può
tornare a nutrirsi di queste colte note. E come farsi notare se non
con un face-painting e tanto di travestimento di chiara fama gabrielliana
in sede live? Molte serate dal vivo dunque, condite da costumi e trovate
sceniche, girando di Pub in Pub, mettendo in giro cassette che nel
tempo diventano delle vere e proprie reliquie che ogni collezionista
custodisce gelosamente.
Lo sforzo, sia fisico che economico, viene nel tempo ripagato, una
etichetta indipendente si accorge di loro e da alle stampe il primo
introvabile vinile dal titolo “Arrive Alive” (1981). In
esso si possono ascoltare le venature Heavy a cui accennavo in precedenza.
Molto più interessante la ristampa del 1999 da parte dell’Inside
Out, dove si possono apprezzare al meglio le extra performance live
come ad esempio in “5 to 4” registrato nel 1981 in Scozia,
oppure nelle versioni di “Queen Of The Deep”, “The
Ripper” e “Flashpoint”.
Ovviamente il suono del disco d’esordio risulta all’ascolto
troppo datato, ma pregno di quel fascino che negli ultimi venticinque
anni di ascolti discografici non ho più riscontrato. Le date
si susseguono sempre più, sino a giungere niente di meno che
nel tempio del Prog Rock inglese: il Marquee Club.
Nel 1983 esce un mini lp dal titolo “Paris Is Burning”,
qualcosa sembra cambiare. Infatti nel 1983 altra gente scommette sul
progetto Pallas, questa volta sono impresari della EMI (Harvest).
C’è però da dichiarare che in questi anni esiste
tutto un nuovo fermento intorno al movimento Prog ed in molti vengono
contattati per nuovi contratti discografici, altri nomi da ricordare,
oltre i gia menzionati, sono gli Haze, i Twelfth Nigh ed i Castarnac.
Migliore produzione dunque per i lavori successivi, la qualità
sonora ne trae beneficio e dopo l’uscita di qualche EP apripista
è la volta del capolavoro: “The Sentinel”.
Il ricercatore di nuovi gruppi Prog si avvicina al gruppo immediatamente,
grazie anche alla bellissima copertina realizzata da Patrick Woodroff,
una delle più belle in assoluto nella storia musicale. Essa
prende per metafora Atlantide per parlare della paura che pesava sull’occidente
a causa del perdurare della “guerra fredda”. L’artwork
è un chiaro richiamo ai prodotti dei Yes e pure dei Genesis,
è gateful, ossia apribile con i testi che sembrano scritti
a mano. Il logo del gruppo padroneggia al centro in alto della copertina
con una specie di Centauro futuristico, l’ambiente descritto
dal disegno sposa alla perfezione il contenuto sonoro dello stesso,
un cielo nuvoloso con tanto di fulmini ma anche squarci di sereno
ed un arcobaleno. Territori futuristici si confondono con il passato
classico, miscelando astronavi con caravelle volanti. Due bambini
sono scesi da una di queste per mirare il paesaggio su di una roccia
in un ambientazione veramente paradossale. Piccioni che al posto delle
ali hanno mani a forma di corna per espletare il classico “I-Love-You”
infestano l’intero artwork. In basso a sinistra si può
notare uno psicologico richiamo alla copertina di “Foxtrot”
dei Genesis con un uomo che offre qualcosa ad un delfino con la testa
e la coda che fuoriescono dal mare proprio come nel balenottero genesiano.
Sono proprio questi i segnali che un appassionato di Prog avverte
a pelle, il contenuto del disco non potrà di certo essere una
delusione.
Infatti così è, quasi perfetto sotto ogni punto di vista.
“The Sentinel” incomincia con il 45 giri “Eyes In
The Night”, commerciale ma anche molto mirato al pubblico progressivo,
certamente un ottimo modo di presentarsi, anche se in effetti il pezzo
è stato registrato in passato ed edito gia nelle precedenti
realizzazioni. Importante nel lato A del vinile “Rise And Fall”,
piena di tutte le caratteristiche che fanno di un brano prog un capolavoro.
Tastiere epiche, atmosfere Dark e grandi pezzi di chitarra fanno di
questa mini-suite un gioiello che neanche il tempo può scalfire.
Cosi vale per “Atlantis”, altro classico del combo che
racchiude in se tutta l’essenza emozionante delle composizioni
targate Pallas. Ancora oggi il gruppo, durante i concerti, non può
fare a meno di riproporla in scaletta. Inevitabilmente arriva il successo
anche se la EMI si aspettava di più, è così che
allora i Pallas per il successivo disco saranno costretti ad inserire
brani più commerciali. All’interno del gruppo però
questo adattarsi non è ben accetto da tutti, infatti il cantante
Lowson non si piega alle richieste della EMI e decide, non proprio
amichevolmente, di abbandonare i colleghi. Questo problema accade
a quasi tutti i gruppi del periodo, vedi Fish nei Marillion e Nichols
negli IQ, quando si dice che l’arte non va d’accordo con
il commerciale…
Il posto vacante è ricoperto ora e per sempre dal pur bravo
Alan Reed.
Si arriva dunque al 1986 per poter ascoltare il nuovo disco dal titolo
“The Wedge”, preceduto dal valido EP dal titolo “Knightmoves”
contenente tre canzoni: “Stranger”, “Sanctuary”
e la stupenda “Nightmare”. Il sound si indurisce (“Through
The Fire”), proprio come di moda in questo periodo, alternando
pezzi sia Prog che New Age, insomma un vero e proprio papparozzo che
rischia di destabilizzare l’amore dei vecchi fans. La copertina
non è più apribile e la foto in fronte, un cuneo infilzato
in una roccia, non è di certo il massimo per gli occhi di un
Prog fan, che si sente in qualche modo tradito. Anche in questo caso
la produzione è buona e la stampa accoglie questo lavoro con
toni altisonanti, ma ancora una volta le vendite rimangono piuttosto
limitate ed i nostri sfortunati ragazzi si vedono scindere inesorabilmente
il contratto con la EMI. Le concessioni commerciali fatte al sistema
non sono dunque bastate ai nostri per poter vivere di questo nobile
lavoro ed è così che si prendono un lunghissimo periodo
di riposo, per dirla in parole povere si sciolgono.
Nel 1999 i fans del gruppo e della buona musica Rock non credono ai
propri occhi vedendo fra gli scaffali dei negozi di dischi “Beat
The Drum”. Che sia un gruppo omonimo? Una ristampa di qualche
successo? Nulla di tutto questo, sono proprio loro che sono ritornati
e con un disco nuovo di zecca. Bisogna comunque rimarcare che in questi
anni il Prog sembra in qualche modo riemergere per l’ennesima
volta dalle proprie ceneri, paradossalmente grazie al lavoro dei “cugini”
metallari Dream Theater. Molti nuovi complessi realizzano ottimi lavori
alla fine degli anni ’90, Spock’s Beard, Landberk, The
Flower Kings su tutti ma anche i maestri indiscussi del New Prog sanno
rialzare il capo e dire la loro con dignità.
Nel caso nostro la reunion è una vera boccata d’ossigeno,
si sentiva il bisogno di un disco come “Beat The Drum”,
come a dire che la storia continua. Così è, sin dai
primi brani non si può fare a meno di notare una produzione
ancora una volta eccelsa ed una musica sopra la media del periodo.
Sembra di ascoltare un mix fra “The Sentinel” e “The
Wadge”, molto elettrico, sinfonico e allo stesso tempo melodico.
Non si può rimanere indifferenti davanti a brani come la dolcissima
“Blood & Roses”, una delle ballate più belle
in assoluto di tutta la storia Rock e da “Fragment Of The Sun”,
uno dei momenti più alti della loro carriera. Ma questa volta,
a differenza del suo antico predecessore, il cd è tutto convincente,
nessun calo di tensione, sembra che questa volta i Pallas abbiano
veramente detto tutto.
Ma come la band ci ha abituati eccoci di nuovo avanti ad una bella
sorpresa: “The Cross & The Crucible” (Inside Out 2001).
Sembra veramente dura concepire un lavoro migliore di “Beat…”,
ma così è, il disco supera ogni più rosea aspettativa,
questo oscuro concept racchiude in se molte perle sonore, trascinando
con se l’ignaro ascoltatore in un turbinio di sensazioni. In
esso si tratta di studiare il comportamento umano dai tempi del Big
Bang quando ancora non si esisteva, sino ai giorni nostri. In “The
Cross & The Crucible” si esplora il genio umano, in “For
The Greater Glory” ci si interroga sul perché le persone
vengano spinte al combattere delle guerre, mentre in “Who’s
To Blame” sono i rapporti fra vicini di casa ad essere analizzati.
Ma al di la delle liriche è la musica ad essere cresciuta,
i Pallas ci confermano la loro grandissima abilità tecnica
in ogni brano e non solo, il feeling è notevolmente cresciuto
a favore di una resa strumentale complessiva veramente da applausi.
Oggi si ripropongono ai loro fans con un ghiotto doppio cd live +
dvd dal titolo “The Bliding Darkness” (Inside Out 2004),
perfetto sunto di quanto da me appena recensito. Per la curiosità
degli amanti, nel dvd si può vedere all’opera anche il
primo teatrale cantante Euan “The Ripper” Lawson.
In conclusione, non ci rimane che sperare in un nuovo lavoro dei nostri
al più presto, vista anche la grande ascesa qualitativa dei
prodotti e con l’augurio che il magico mondo Hard Rock Prog
ci travolga ancora una volta, io sono pronto!
Salari Max
Recensioni:
The Sentinel;
The Cross and the Crucible; The
Blinding Darkness;
The Dreams of Men; Moment
to Moment
Interviste: 2001; 2003;
2005
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