Rock Impressions

Ataraxia - Llyr ATARAXIA - Llyr
Prikosnovenie
Distribuzione italiana: Audioglobe
Genere: Dark Folk
Support: CD - 2010


A tre anni di distanza dall’ultimo album Kremasta Nera, tornano gli affascinanti Ataraxia con un album inciso per la francese Prikosnovénie, una pausa di tempo piuttosto lunga per questi artisti che hanno sempre saputo incantarci con le loro magie. Gli ultimi album e mini sono stati tutti piuttosto diversi ed hanno abbracciato varie sonorità, ora gotiche, ora fiabesche ed eteree, ma anche medievali, folk, world music, fino ad arrivare al grand guignol col magistrale Paris Spleen. Questo nuovo album, ad un primo ascolto, sembra un po’ la summa del percorso artistico del gruppo, anche se musicalmente si dirige verso un dark folk molto malinconico.

“Siquillat”, il brano di apertura, è la chiave per accostarsi all’album, la delicatezza della chitarra di Vittorio fa da contrasto alle tastiere solenni di Giovanni, coinvolgente l’apporto delle percussioni di Riccardo, sempre meglio inserito nell’economia della band, poi su tutto d’è la voce ammaliante di Francesca, che cattura l’ascoltatore come un flauto magico e lo porta in mondi fantastici. “Scarborough Fair” è più spirituale, mentre la prima traccia era molto terrena, qui c’è una ricerca della bellezza che fa subito pensare ai pittori preraffaeliti. “Quintaluna” ha un incedere grave, tenebroso, le tastiere creano un’atmosfera quasi cinematografica, che poi viene stemperata nel prosiego del brano e la voce di Francesca sembra quasi portare un raggio di luce nell’oscurità. Llyr vuol dire lira, l’antico strumento sacro, che ricorda nella forma il collo dei cigni, ecco spiegato l’artwork, buona parte del brano omonimo è dominata dalla chitarra di Vandelli, una piece decisamente poetica. “Elldamaar” è divisa in due parti, come un’ideale divisoria fra tre parti del disco, la “part 1” è molto sciamanica, terrena, quasi rituale. Seguono due brani, “Evnyssien” e “Klepsydra”, nel primo è ancora protagonista la chitarra raffinata di Vittorio, poi entra Francesca con un canto molto evocativo, la seconda è molto ritmata e dà proprio una sensazione di tempo che scorre. La seconda parte di “Elldamaar” è più tenebrosa e riprende le tinte gotiche di apertura. “Payatry Mantra” rievoca atmosfere orientali, infatti è un tradizionale dell’India, sembra un brano liturgico, con Francesca nelle vesti di una sacerdotessa, brano denso di mistero, volutamente ripetitivo. La conclusiva “Borea” mi fa venire in mente gli elfi di Tolkien per il cantato, atmosfere sognanti ed eteree, dolci come il canto delle sirene.

Questo nuovo album degli Ataraxia segue il filo logico della loro ricercata discografia e, come molti loro lavori precedenti, richiede attenzione e dedizione per essere accolto, un disco ricco e intenso, che non mancherà di piacere ai fans di questa band, ma certamente non adatto ad un pubblico superficiale, che ama ascoltare musiche banali. GB

Altre recensioni: Suenos; Mon Seul Desir; Des Paroles Blanches; Saphir;
Strange Lights; Arcana Eco; Paris Spleen; Kremasta Nera;
Wind at the Mount Elo;
Deep Blue Firmament


Intervista

Live reportage: 2001; 2007

Articolo: Ataraxia, una band italiana pellegrina nel mondo

Artisti collegati: Vittorio Vandelli

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